E allora, Corea.
Avvertenza: post lunghissimo, non ne vale la pena (fidatevi!).
Causa una serie eterogenea di malanni, oltre a petulanti
guai in sede scheletro assile, accompagnati da penuria di romanzi degni di
lettura, ho acconsentito a fare entrare un apparecchio televisivo in camera da
letto.
Una vita parecchio orizzontale a cui, recentemente, ho
iniziato a opporre una fiera resistenza: schiena dritta (si fa per dire) e
camminate brevi ma intense (brevi, più che altro).
Ora ho rispedito l’aggeggio, latore di onde
elettromagnetiche e vaccate nazional-popolari, fuori dalla mia personale quiet
zone (dove non entrano nemmeno le sigarette, per dire), ma nel frattempo ho
visto cose...
Matrimoni gipsy innegabilmente più sobri di quelli celebrati
in un castello italiano infestato da ignoranza elevata a vanto (a mio parere, pianificata
a tavolino; almeno lo spero), una pletora di competizioni su qualsiasi abilità
o incompetenza (l’importante è vincere, ormai è un mantra), gente bendata che si
unisce in matrimonio con altra gente bendata, appuntamenti al buio con donne
che desiderano incontrare uomini alti nel fisico e nella posizione sociale, e
liti, liti come piovesse. Odio i contrasti accesi, mi fanno ansia, mi fanno
male.
In una notte di vertebra peculiarmente dolente mi sono imbattuta
in “I dieci fenomeni atmosferici più inquietanti”, e ho scoperto che in effetti
lo tsunami di nebbia mi inquieta... come tutti gli tsunami; zapping, diretta da
Washington con il presidente USA, e mi pareva di non aver cambiato canale.
Insomma, la vita da sdraiata stava diventando avvilente,
tediosa, due palle, assenza di attività elettrica cerebrale con potenziali
inferiori a 2 microvolt.
Certo, qualche bel vecchio film alle due o tre di notte
(perché Victor Victoria alle tre, e di sera tocca pagare per vedere, o
rivedere, roba accettabile?), ma per il resto…
Passata al web, ho provato a dedicare tempo allo studio del
fenomeno “influencer” e devo ammettere di aver sviluppato una dipendenza
emotiva, tendente all’emulazione, per Sanchez il procione e per la dolcissima scoiattola
Emma: entrambi dormono (Emma nel suo nido, spesso abbracciata al suo compagno;
Sanchez nella pattumiera), ma lo fanno con uno stile che invidio e che, nel
caso del procione, sto emulando.
E vabbè, le dirette con i monaci in marcia sulle strade
americane sono state la migliore delle compagnie; cantavo la “presa dei rifugi”
con loro… è stato bello, un tuffo in un passato che ricordo con tanto piacere.
Quelle, tuttavia, avevano una durata assai limitata.
E quando ormai stavo perdendo ogni speranza, ecco arrivare i
coreani.
Ora, non ho mai fatto mistero di nutrire una discreta (quasi
morbosa) passione per gli asiatici, ma limitandomi a cinesi e giapponesi; dei
coreani sapevo ben poco e credevo che le loro serie tv fossero roba per
adolescenti. Però piacciono tanto a Lauretta, un’amica social che reputo molto
sensibile, intelligente e con un raffinato gusto letterario (ha superato l’adolescenza
da qualche annetto, come me).
Iniziai a guardarne una e… boom!
“Nice to not meet you”: serie spettacolare, divertentissima,
pulita, ricca di battute argute e raffinate, con l’attore protagonista (un over
50, dal nome per me impronunciabile, con occhi tanto a mandorla) bellissimo.
Bellissimo per me, le mie amiche lo trovano “giallognolo e glabro” (capiscono
niente, vedono colore in luogo di bellezza).
Da lì è partita la visione serale, notturna, durante le pause dal lavoro (il mio vicino mi ha dotata di scrivania da letto… acquistata nel supermercato cinese) di una sfilza di serie made in Korea. Finite quelle doppiate, sono passata alla lingua originale con sottotitoli.
Sono bellissime: ironiche, garbate, commoventi. Ormai,
quando qualcuno passa a vedere se sono ancora viva, e mi trova con gli occhi
lucidi, mi chiede “mal di schiena o coreani?”. È sempre per i coreani.
Dalle K-drama ho imparato un sacco di cose: a quanto pare, gli
uomini non nascondono le lacrime, e persino gli attacchi di panico, davanti a
una donna (che meraviglia!); il cuociriso (oggetto dei miei sogni) lì è diffuso
come il microonde nelle nostre case (non ce l’ho). Hanno spiagge bellissime, negozietti
che mi perderei a scegliere frutti mai visti prima, abbigliamento casual bello
comodo che adoro, case intriganti. Infine, per loro, come per tutti gli
asiatici, la bellezza è determinata dalla doppia palpebra (che ce l’ho, ma le
amiche mi dicono che è perché sono vecchia e sarebbe tempo di fare una
blefaroplastica) e dall’incarnato pallido (ho anche quello, e le solite amiche teorizzano
sia un effetto pernicioso dell’anemia da dieta a base di vegetali e riso).
Infine, la serie coreana media (almeno quelle che ho visto
io), dura una sola stagione: in una dozzina di ore inizia e finisce, rido e
piango e passo a un’altra storia. Altro che le sigarette, questa roba dà
seriamente dipendenza. E mi sta rimettendo in piedi (quantomeno l’umore).
Grazie Corea!

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