Il titolo non mi viene.
A volte mi incanto a fissare qualcosa o qualcuno. Finché è qualcosa, va bene; gli oggetti, gli alberi e le nuvole guardano altrove o se ne fregano se li fisso. Ma con le persone è diverso. Le persone pensano subito che ci sia qualcosa che non va, in loro o in me, o che va, ma non come penso io. In realtà non penso quando mi incanto, cioè penso ad altro. Capita che ci sia il dettaglio di un volto che mi ricorda qualcos’altro, di solito si tratta di luoghi, di ricordi o di una voce nell’elenco della spesa che ho dimenticato di acquistare. Resto lì, imbambolata a puntare un puntino anomalo in un’iride sconosciuta e mi perdo. È che non sono fisionomista, non ho memoria per le facce: se dovessi stilare un identikit ne uscirebbe un ritratto alla Picasso. I connotati mi sfuggono sempre e, ho scoperto, mi confondono anche i tatuaggi (li vedo in una maniera e li descrivo con colori diversi e forme che diventano lettere, e viceversa). “L’occhio è solo uno strumento ottico”, l’ho ...