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Voi, io e la tecnologia

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Vi è già capitato di sentire uscire dalla vostra bocca una convinta asserzione seguita da congiunzione coordinativa avversativa? Ecco alcune frasi tipo: Odio il cioccolato, ma mangerei una tonnellata di torta Sacher; Non sono ipocondriaca, ma quella ghiandola gonfia mi fa ansia che non ci dormo; Non sono razzista, però brucerei gli zingari; Amo la gente, ma preferisco la solitudine; Adoro gli animali, ma i gatti non li sopporto; eccetera.
A parte che due di queste frasi mi scappano spesso; se pensate che una sia quella relativa alla ghiandola inquietante, vi sbagliate: inizio sempre le conversazioni sui miei mali con "sono ipocondriaca", ormai ho fatto outing da tempo. Comunque, tralasciando l'amore per la torta Sacher e la gente, ciò che mi capita di ripetere con frequenza allarmante è "Detesto la tecnologia, ma lavoro con Internet e il resto del tempo lo trascorro perlopiù su computer o a fissare inebetita lo schermo del tablet".
Ciò non toglie che effettivamente io si…

Le mie feste

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Trascorrerò Pasqua e il relativo diminutivo in compagnia di gente dalla mente obnubilata da malattie varie ed eventuali. Non me faccio un cruccio, considerando che una delle conversazioni più brillanti degli ultimi tempi l'ho intrattenuta con una donna in stato catatonico... secondo l'augusto parere dei medici che a volte, lasciatemelo dire, tendono a una certa superficialità diagnostica.
Ho già acquistato ovetti di cioccolata (quella buona) per le operatrici sanitarie, che in questi mesi mi hanno insegnato una lezione preziosa: fuori di qui bisogna ripulirsi la mente da ciò che si vede e si sente, bisogna dimenticare che la vita è anche questa. Loro ci riescono bene per via dell'esperienza, io sto cercando d'imparare e sono lenta come sempre.
Sì, c'è la signora che si mangia la tovaglia appena la si lascia fare, un'altra che piange senza sosta lamentando di voler tornare a casa sua, e c'è la figlia di una donna dall'aspetto nipponico (è bellissima, ci s…

Una gara di resistenza

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Continuo il pellegrinaggio che tocca gli uffici asl, assistenti sociali, ospedali, rsa, inps, associazioni... diciamo che il cammino di Santiago di Compostela mi pare una cazzatina in confronto.

Zaino in spalla (dentro c'è di tutto, da documenti vari - un faldone che sembra stia andando in tribunale a portare la memoria difensiva sul caso del mostro di Firenze - a confezioni di Pavesini ormai triturati al punto che li mangio con la cannuccia; da romanzi, taccuini e matite - le attese sono eterne - al coltellino svizzero che non si sa mai). Chili di roba sulla spalla, bronchite nel torace, Xanax in circolo come fosse colesterolo.
Nel girovagare iterizio (parola inesistente che tuttavia mi piace perché sa di ietr burocratico e conseguente consunzione epatica) scopro che gli uffici competenti di Torino Sud si trovano a Torino Nord e che, negli stessi, l'era digitale è ancora lontana a venire.  In fondo, amo i paradossi; vorrei tanto li apprezzasse anche la mia auto (a cui ho fatto do…

Due donne libere

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Nella camera ci sono due letti.
Io, di solito, sto seduta su una di quelle vecchie e scomode sedie che ricordano gli anni delle scuole elementari, di lato alla porta.
Accanto alla finestra c'è il letto di una paziente che mi ha intrigata e spaventata al primo incontro.
Perché mi somiglia.
Non nei tratti somatici, si tratta di qualcosa nella sua personalità distorta dalla malattia.


Parla da sola col tono del sussurro, mentre muove nervosamente le dita come se stesse contando e sfogliando le pagine di un libro. Fa piccole smorfie come se il calcolo mentale fosse troppo complesso o producesse un risultato insoddisfacente.
Capita anche a me, quando l'ansia si fa severa.


Tiene la testa girata verso la finestra; gli altri guardano la porta, ci ho fatto caso.
Spesso, però, si guarda attorno come se improvvisamente scoprisse d'essere in un luogo a lei sconosciuto, e io ci patisco un po'.
Ma soprattutto chiede sigarette a chiunque varchi la soglia.
Tira fuori dei soldi da una borsettina …

Il panico non si dimentica di te

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Beh, insomma, ho retto 21 giorni di ospedale senza attacchi di panico. Wow! Niente male. E venne il giorno ventiduesimo, dove allo stress, allo scoramento, alla fobia per i luoghi di cura e alla stanchezza si è aggiunta l'ansia anticipatoria per qualcosa che non è accaduto (quindi potete rilassarvi, nessuno si è fatto male).
Ma procediamo con un minimo d'ordine. La sera del ventunesimo giorno stavo parlando con il mio vicino/amico/papà sostitutivo. Tra una roba e l'altra, lui dice di aver visto passare in corsia dei tizi vestiti da clown: roba strana per geriatria. A me torna su il cenone del capodanno 2000 che, vista l'eccezionalità di entrare in un nuovo millennio (sembra strano ma capita una sola volta nella vita, se capita), avevo mangiato parecchio. Guardo il mio vicino con una punta di paura e anche un frammentino di risentimento.
"Eh no, cazzo, anche i clown no!" Le spalle mi si incurvano insieme al tracciato dell'elettrocardiogramma. Lui mi guarda un po'…

Giorno 19. Meditando la fuga.

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Non ditemi nulla in merito a formattazione e refusi sparsi come letame in primavera perché scrivo da un minuscolo Smartphone (si è messo la S maiuscola da solo, il millantatore) che ha nulla di smart e persino poco del phone.

Sono al giorno 19 di ospedale e la mia serenità ispirata agli insegnamenti del Buddha ha lentamente, ma con progressione costante e irreversibile, ceduto alle lusinghe del Marte, dio delle risposte emotive bellicose.

L'ansia si alterna a una punta di depressione che, fortunatamente, concede tregua grazie a una incazzatura che, a lungo andare, farà anche salire la pressione arteriosa ma aiuta parecchio la mente a non mollare.


C'è di buono...
Mi hanno insegnato a scovare sempre qualcosa di buono anche nelle situazioni più orripilanti...
Dicevo, c'è di buono che mi capita spesso di vedere alba e tramonto nella stessa giornata; cosa che non accadeva da almeno un eone perché in uno dei due momenti mi trovavo sempre in stato comatoso nel letto, sul divano o…

Arriva il peggio e...

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Ognuno di noi ha nella propria testolina paranoica un preciso scenario che prega costantemente di non dover mai vivere. Personalmente ho sempre avuto timore della malattia (grave, ovviamente) di una persona cara, di dovermene prendere cura e di non esserne in grado per motivi che vanno dalla A di assente mentalmente alla Z di zampogna in luogo del cervello. Inoltre, se mi foste stati attenti invece di distrarvi dietro le prime farfalline (che sono tarme del cibo,  sappiatelo; fa ancora troppo freddo per i lepidotteri affascinanti), ricordereste che la madre di tutte le mie fobie è costituita dagli ospedali. 
Mi è sempre bastato passarci accanto per paralizzarmi; e poi muovermi solo per il terrore d'essere ricoverata senza poter porre una degna (e discretamente violenta) resistenza.  Ho sempre giurato a me stessa che sarei perita dignitosamente (o anche in modo indecoroso, fa lo stesso) tra le mura di casa mia,  che poi è l'unico luogo a parermi sopportabile.  Però c'è che sono …