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Storiella tristanzuola, con lieto finale

            Mentre guardo la fiumana di gente in coda all’ingresso del Salone del libro (di mattina, di sabato mattina; ma solo io amo dormire nel fine settimana?), penso che se ognuno di quegli individui cotto dal caldo acquistasse il mio romanzo, diventerei ricca, il mio editore potrebbe vivere sulla spiaggia di Dubai, le sue meravigliose collaboratrici lavorerebbero solo se e quando ne hanno voglia, e saremmo tutti felici. Tuttavia, smetto di fissare la madre delle mie fobie, salto la coda per avere informazioni su dove si trovi l’ingresso stampa (perché non sentendomi scrittrice ho deciso che era giusto e onesto avere l’accredito “sincero”). Chiedo “I giornalisti possono passare da qui, che mi è più comodo?”. Ovviamente no. E lì è avvenuto un fatto curioso: mi si avvicina un uomo che, con gentilezza, mi spiega che la figlia ha appena pubblicato un romanzo. Chiama la figlia (non una ragazzina, diciamo vicino ai trenta) e la illumina su cosa faccio. Di solito, davanti a scene del gen
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Auguri alla Terra.

  Mentre siamo qui a fare due chiacchiere sulla salute della Terra (pessima, parametri vitali da far tremare i polsi), vi parlo di alcune cose che ho scoperto durante un convegno a cui ho partecipato. Si parlava di Medicina d’Insieme, che è un nuovo approccio preventivo e terapeutico con una particolare attenzione all’ambiente… ma non è di medicina che scriverò ora. Ho preso qualche appunto e cercherò di farvi un riassunto, altrimenti facciamo notte (e comunque il pezzo sarà ugualmente lungo come la Quaresima). - Partiamo dicendo che la produzione di cibo ha un importantissimo impatto ambientale: determina la produzione di gas serra (CO2 in particolare), l’aumento del consumo d’acqua e del suolo. - Già che siamo alle prese con l’ennesima guerra, e ho introdotto la questione della CO2, ecco un dato interessante (e sconvolgente, ma cerchiamo di fare gli indifferenti): la guerra in Iraq ha liberato 400milioni di tonnellate di CO2. - Siamo 8miliardi sul nostro pianeta e consumiamo 325milia

Il gioco della guerra

  Ragioniamo seriamente. Dunque, per costruire un ordigno nucleare servono uranio 235 (non 234 o 236, tocca essere precisi), plutonio 239 (idem come sopra), più altre cosucce, tipo viti e cavi, che in parte si trovano anche da un ferramenta ben fornito o in qualsiasi Bricocenter. Ora, anche non considerando quanti chilotoni d’energia si desidera liberare, il materiale costa talmente caro che nemmeno se becchi tutti i numeri del superenalotto te lo puoi permettere. Aggiungiamo anche le spese per la consulenza (meglio se di uno o due laureati in fisica che non abbiano frequentato il mio liceo), perché ancora non vendono i kit di montaggio con le istruzioni, e comunque io già con la panca dell’Ikea ho fatto un casino (e c’era il disegnino più brugola). Poi, si deve pagare l’affitto di un box (o chiedere a un “amico” di tenerci per un po’ l’ordigno a casa sua; ma ci arriveremo) e assumere agenti security (ho fatto delle ricerche, so per certo che l’antifurto che ti avvisa con l’app del cel

Brutti: il mondo dove essere belli è legge

    “Ma guardatevi! Siete così pieni di complotti, ribellione, paure e paranoia… gelosia, perfino. È questo che succede a essere brutti.” Mi piace acquistare libri usati. Quelli nuovi hanno un buon profumo, ma capita che mi addormenti tenendoli sul viso, col naso infilato nel mezzo come segnalibro; e poi sono cari. Le bancarelle dell’usato sono bei posti, rilassanti, pare di tornare bambini in un negozio di giocattoli. Capita, purtroppo non spesso, che vi trovi volumi che desideravo leggere; tuttavia, il più delle volte, scelgo seguendo l’istinto: un titolo curioso, una copertina che mi ricorda qualcosa, paragrafi sottolineati a matita con discrezione (le matite sono predilette dalle persone discrete e gentili, così penso). Nel caso del romanzo di cui vi parlo oggi, la scelta è stata determinata dalla sensazione tattile del titolo in rilievo. Una sciocchezza, lo so. È stato lì per un bel po’ di tempo, impilato insieme ad altri volumi che non riuscivano a convincermi. Poi, qualc

L'ho visto da lontano

  Una passeggiata in centro. Non c’è la folla che ti aspettavi; meglio. Ma da quanto tempo non camminavi per quelle vie? Da quanto tempo non ti fermavi a guardare? Pare un’altra città. I negozi sono cambiati. C’era quell’antica bottega e ora non riesci nemmeno a capire cosa vendano. E lì, il tuo bar preferito, decadente e un po’ buio, ora ha luci colorate, il bancone da astronave e due fighettini che smanettano con lo shaker. Fa tristezza, ma già lo avevi visto passando oltre velocemente. Perché permettono di snaturare così una città? Perché ne svendono l’anima? Poi, da lontano vedi lui. Ti fermi, senti salire una punta del buon vecchio panico. È tanto tempo che non lo incontri; lo osservi. Non si somiglia più: è dimagrito, è invecchiato, non ha più lo sguardo sprezzante e fiero, sembra solo stanco. Così senti l’impulso di corrergli incontro e abbracciarlo, anche se sai che lo imbarazzerebbe perché “c’è gente che ci vede”. I ricordi s’inseguono veloci. Lo hai odiato per le cose che ha

Ho rubato qualcosa di voi (parte seconda): Gabry.

  Chi ha letto la prima parte di questo articolo, sa di cosa parlo; chi non l’ha fatto può trovarlo QUI … e così andiamo avanti belli spediti. Non so perché mi sono tuffata nelle acque melmose e burrascose dell’infanzia. Pensavo fosse tutto più semplice, forse meno doloroso dell’immaginare la vita di un adulto. Ciò che non avevo considerato è che quando si scrive tocca entrare nei personaggi, pensare come loro piuttosto che farli pensare come te; e per quanto riconosca in me tratti infantili, non sono più una bambina da tanto, troppo, tempo. Casualmente, nei vicoli dei social, ho incontrato Francesca, una donna con cui mi sono subito sentita in sintonia ed ho scoperto che ha un figlio dell’esatta età del “mio” bambino (o almeno, aveva 11 anni quando ho iniziato a scrivere la storia). Le ho chiesto se lui avrebbe accettato di parlare un po’ con me in videochat e lei ha organizzato l’incontro. Ricordavo i tempi in cui qui veniva spesso un “piccoletto”, i pomeriggi trascorsi insieme

Elogio del tè

  Il tè non si beve come il caffè. Seduta al tavolino di un bar, attendo che la bustina si fidi dell'acqua per lasciarsi andare. Annuso, a tratti guardo dentro la teiera per stimare il tempo d'attesa. Poi ne verso un po' nella tazza, che accarezzò e tengo tra le mani per scaldarle e scaldarmi. Osservo il fumo che si alza dalla tazza e continuo ad annusare. Intanto, tra i fruitori del caffè si consumano piccole battaglie dialettiche e la tazzina è vuota in meno di un minuto. Il caffè è parlato, il te è silenzioso. Non lo bevo, lo sorseggio. Troppo caldo, attendo e ascolto altre conversazioni, a volte annoto qualche frase (non si sa mai, metto da parte per il futuro). Quando la temperatura è quella giusta ascolto solo la voce dentro. Magari giudico la qualità: difficile trovare un buon tè in un bar, ma non ha molta importanza. Svuoto la teiera e nel frattempo sono passati in tanti, ognuno con un suo pensiero da bancone. Il tè non lo si può bere al bancone. Qualcuno gusta lo z