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"Solo per un po'".

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  Mi hanno detto “per un po’ non scrivere. Esci, guarda cosa accade fuori da te, incontra gente e i loro pensieri… solo per un po’”. Così, per due o tre mesi ho segregato i quaderni in un cassetto, messo in attesa tutte le storie già iniziate e mi sono piazzata in ascolto di voci e mi seduta su panchine e ho sorriso anche quando non ne avevo voglia e ho provato a ripudiare l’isolamento e un sacco di altre cose poco significative. Poi ho avvertito quella sensazione di vuoto che, di norma, prelude al pericolo di umore tendente al tetro: una bizzarra sfumatura di nero, perché pure il nero non è un assoluto (anche se la scienza ha scoperto un nero più nero del Vantablack, che però qui non ho mai visto). Allora mi hanno detto “Sei strana, sembri assente, forse hai nuovamente bisogno di un aiuto, di uno specialista… solo per un po’”. Così sono tornata dalla specialista che mi ha trovata singolarmente noiosa, segno che è una brava perché mi venivo a noia da me. Ho riflettuto sull’...

Normale? A volte pare di sì

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Come chiunque (credo) tenda a coltivare paranoie sulla propria salute mentale, spesso mi ritrovo a chiedermi cosa sia normale e cosa no. Mi pare d'essere sempre sulla linea del no, almeno osservando gli altri. A volte, però, mi ritrovo in situazioni che mi tranquillizzano. Ora ve ne racconto una. La storia è questa. Sono nel negozio del kashmiro, che ormai è diventato il mio figliolo adottivo all'insaputa delle autorità. Ve ne ho già parlato, ma più di un anno fa; casomai vi tornasse utile rinfrescarvi la memoria cliccate  QUI Sono alle prese con la compilazione online di un documento per stranieri che se fosse scritto in sumero antico risulterebbe più comprensibile. C'è anche l'amico del kashmiro, ossia un romeno che ha sempre l'aria di divertirsi un mondo, e forse lo fa. Mentre sacramento contro le complicanze da documentazione ostica, parliamo di cucina. Ognuno elogia piatti tipici che gli altri non conoscono; insomma, la classica Babele,...