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Il luogo della fine.

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     Non è stato difficile prendere quel treno né affrontare tante ore seduta a osservare persone in intimità con telefonini, tablet e computer (i passeggeri di lingua inglese leggevano libri, restituendomi un paio di speranze circa il futuro dell'umanità). Con i cambi mi sono sentita un po' persa: stazioni mai frequentate prima, sottopassaggi notturni e deserti, senso dell'orientamento lacunoso e un'innata imbranataggine; fortuna che sono una che chiede indicazioni, anche più di quanto sarebbe necessario e confacente a una buona educazione. Zaino in spalla con il minimo indispensabile: acqua, bustine di thè, torcetti torinesi, ansiolitici, documenti e la Guida galattica per autostoppisti (i soldi li tengo in tasca, più per praticità che per sicurezza). Il romanzo di Douglas Adams si muove sempre con me quando devo affrontare situazioni passibili di panico (ha girato più lui negli ospedali che il manuale di farmacologia). Mi fa compagnia, soprattutto è uno dei miei ogge...

L'anno del treno che non poteva arrivare.

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  Sto pensando all’anno che sta terminando. Sto pensando che è stato un anno talmente strano e complicato, pervaso da fatti più emozionali che materiali, da non riuscire a narrarlo. Sul serio, non saprei da che parte iniziare. Tuttavia, potrei riassumerlo attraverso un ricordo, disgiunto dai fatti ma equivalente nelle sensazioni. E allora parto con la narrazione (lunga, temo; nel caso vi fermate qui, vi faccio gli auguri per un buon 2023, e siamo a posto per un anno intero). L’episodio a cui mi riferisco risale a un bel po’ di anni fa. Immaginate una Londra ancora libera, anche se non per molto, da grattacieli a specchio o vagamente fallici… ci siamo? Bene! Un mattino mi recai in un quartiere talmente periferico che forse avevo varcato qualche invisibile confine, pur continuando a pagare con le sterline. Non c’era nulla da vedere: palazzoni, strade a tratti sprovviste di targhe che ne indicassero il nome, pochi negozi e molti venditori di strada (di quelli che espongono la ...

Anima gemella? Incontrata.

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Ho preso il treno e sono andata al mare. Così, con scarso preavviso per fregare sul tempo l’ansia anticipatoria. È stata un’azione impulsiva, dettata da rabbia, da illusione e delusione che, guarda caso, viaggiano sempre in coppia; e da una nuova consapevolezza che mi ha colpita come un ramo in fronte, mentre corri e stai guardando da un’altra parte. Stavo scrivendo, "inventando" la storia di un bambino e... boom! Botta in testa. Avevo bisogno di ascoltare le onde che arrivano impetuose e poi si ritraggono: sembrano suggerirti di affrontare i problemi con coraggio e allontanarti da ciò che ferisce giusto il tempo per riprendere vigore. Ma lì è accaduto qualcosa che non mi aspettavo. Innanzitutto, una nota di colore: in Germania andrei via come il pane; si vede che ai tedeschi piace la roba che inizia a frullare… in effetti, ragioniamoci, i crauti – secondo la ricetta originale – richiedono un certo tempo di fermentazione. Comunque, gli aitanti teutonici non ci interessa...

Ritornare a casa

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Prima dell'agorafobia, a nevrosi inesplose, qui si usciva parecchio. Non è che facessi lunghi viaggi; mai sperimentato il coast to coast negli Stati Uniti, per dire, ma solo perché ho sempre peccato di pessima gestione delle finanze (posto che ce ne fossero) e l'America non è mai stata tra le mie priorità. Però, molto spesso, andavo in qualche posto, perlopiù scelto sulla spinta del momento, con la mia auto scassata (sempre avuto rottami, se mi regalassero un'auto nuova non oserei toccarla nemmeno con una canna da pesca, probabilmente). Per capirci, nel bagagliaio c'era sempre uno zaino con il cambio di vestiti, la biancheria, spazzolino e dentifricio. Ho sempre tenuto molto all'igiene orale, più di una volta qualche passante ha avuto il piacere di vedermi lavare i denti a una fontanella pubblica (soprattutto a Roma, chissà perché? Forse lì mangiavo in continuazione). Per il resto potevo restare sporca per giorni; lo so che non è bello da dire, che si...