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Visualizzazione dei post con l'etichetta attesa

L'anno del treno che non poteva arrivare.

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  Sto pensando all’anno che sta terminando. Sto pensando che è stato un anno talmente strano e complicato, pervaso da fatti più emozionali che materiali, da non riuscire a narrarlo. Sul serio, non saprei da che parte iniziare. Tuttavia, potrei riassumerlo attraverso un ricordo, disgiunto dai fatti ma equivalente nelle sensazioni. E allora parto con la narrazione (lunga, temo; nel caso vi fermate qui, vi faccio gli auguri per un buon 2023, e siamo a posto per un anno intero). L’episodio a cui mi riferisco risale a un bel po’ di anni fa. Immaginate una Londra ancora libera, anche se non per molto, da grattacieli a specchio o vagamente fallici… ci siamo? Bene! Un mattino mi recai in un quartiere talmente periferico che forse avevo varcato qualche invisibile confine, pur continuando a pagare con le sterline. Non c’era nulla da vedere: palazzoni, strade a tratti sprovviste di targhe che ne indicassero il nome, pochi negozi e molti venditori di strada (di quelli che espongono la ...

Aspetto con ansia

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Capita spesso di sentire "aspetto con ansia". La frase di solito termina con: la telefonata di qualcuno particolarmente gradevole (o a cui si sta mentendo), l'uscita di un nuovo romanzo, l'ultimo modello di telefonino, ecc. E' un modo di dire che trovo divertente, perché io (e suppongo molti di voi) aspetto con ansia e basta. Non so cosa aspetto, a parte le catastrofi; quindi do al concetto un significato anticonvenzionale, diciamo così. Quello che per altri è un attendere con beata trepidazione, per me è ansia anticipatoria. Non ci sono santi, non si scappa. Ci ragionavo stanotte, nell'intento di sfuggire da altri pensieri ben più molesti, e mi davo ragione su un dato certo: l'aspetto più insopportabile dell'ansia, sono i suoi tempi d'attesa.  Attenzione: come sempre, intendo l'ansia patologica, non quella che gli esperti definiscono salutare, propedeutica alla creatività, salvifica, e altre belle cose. So che tra una settiman...

Ansia da anagrafe e capelli biondi

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Sono all'anagrafe. Seduta in una sala d'attesa troppo ampia e troppo piena. Siamo veramente in tanti e faccio uno sforzo per non contare puntando l'indice su ogni individuo. Mia nonna mi ha insegnato che non sta bene indicare le persone. A parte qualche anima partita, senza possibilità di ritorno, per il mondo delle applicazioni di telefonia mobile (e io che scrivo su un taccuino guardandomi attorno con aria diffidente, casomai qualcuno volesse copiare), nessuno tace. Parlano tutti a un volume che fa pensare alla necessità di comunicare durante un concerto heavy metal. Italiani e stranieri, senza eccezioni. Non è vero, due cinesi se ne stanno seduti in un silenzio che, a questo punto, diventa quasi inquietante. Qualche Smartphone suona: carina la suoneria con il garrito del gabbiano, perché io non ce l'ho? Si lamentano tutti: i più giovani sono disgustati dall'Italia, dagli italiani e da altra roba attinente il territorio nazionale; i più anziani ...