Invecchiando s’impara. E si cambia qualcosina.

 

Foto di Foto di Светлана Бердник


    Da giovane pensavo che superati i cinquant’anni, e ancor più arrivata ai sessanta, tutto si sarebbe fermato… sogni, cambiamenti, desideri. A dire il vero, da giovane pensavo che sarei morta giovane, e non è accaduto (a volte sbaglio anch'io).
Però, è anche vero che sono sempre stata lenta (apposta amo le lumache), ma mai avrei osato sperare che questo difetto mi sarebbe tornato utile.

Invece, col passare del tempo è diventato più facile immergermi in quel luogo spaventoso, tuttavia necessario, in cui ti siedi davanti a uno specchio e ti vedi per quella che sei e che dovresti essere per ritrovare l’equilibrio perduto.

Non vi nego che è stato un po’ sconvolgente scoprire di aver trascorso mezzo secolo in un inganno perpetrato a mio esclusivo danno. Inganno che si è piacevolmente accoppiato con la depressione, l’ansia, la fobia sociale: hanno banchettato tutti insieme, hanno occupato casa, portandosi via una marea di anni e qualche pezzetto di salute.

 È stato un lavoraccio, sofferto e impervio. Però, accadono cose che aiutano: alcune belle, altre orribili, altre ancora microscopiche che paiono frutto di una casualità che non meriterebbe attenzione. Il grosso l’ha fatto un paio di scarpette en pointe piccine piccine ritrovate mentre tentavo di riordinare una cantina (non ci sono riuscita per via di un ragno titanico e della schiena dolorante. Tuttavia, il ragno ha pesato più dei lamenti della vertebra).

Tenendole in mano (le scarpe, non il ragno né la vertebra), ho ricordato che un eone fa amavo danzare. Un amore profondo, una passione unica, non supportata da una reale predisposizione in tal senso (avreste dovuto vedermi: imbarazzante). Dopo qualche anno ho dovuto smettere, e di quell’esperienza mi è rimasto un arco plantare grazioso da vedere, impraticabile per qualsiasi tipo di calzatura.

Mi sono imbattuta in un oggetto che, non solo ha sbloccato un ricordo, mi ha fatto comprendere qualcosa di fondamentale che avevo archiviato come ineluttabile, non più modificabile.

Tutto si può cambiare, e in qualsiasi momento

escludiamo solo gravi malattie e la nostra data di scadenza. Proprio la data di scadenza deve dotarci del coraggio di dare il giro a ciò che ci fa male, ci blocca, ci rende la versione peggiore di noi… e non importa se è la migliore per gli altri.

 Torno alle scarpette. Cosa mi hanno raccontato? Eh, bella storia! Amavo danzare, detestavo esibirmi in pubblico. Mi fregava niente del tutù, dell’orgoglio genitoriale (a loro non interessava, e anche questo mi è stato utile), della bellezza di un palcoscenico con sipario e tutte le altre menate. Io ero timidissima, con autostima inesistente, ballerina imbarazzante, poco socievole ma incuriosita dalle persone: perché mettermi in vetrina? E da lì ho iniziato ad analizzare la mia carriera professionale assai caotica ma incentrata sulla scrittura.

Da anni il mio lavoro non mi entusiasmava nemmeno un pochetto. Ho sempre cercato di farlo con un senso del dovere ferreo (e ansiogeno), ma senza passione. Mi sono resa conto che la parte più fastidiosa era comparire, salire su un ideale palcoscenico, farmi guardare invece di rilassarmi osservando gli altri.

Non stupire gli altri, stupire se stessi.

Se poi le due cose si sovrappongono, tutto di guadagnato.

 Gli altri ci giudicano in base a ciò che provano per noi, qualsiasi cosa facciamo. Con gli altri (veri amici esclusi) finiamo sempre con il fingere e, ad un certo punto, con la pratica, diventa automatico… dai e dai, si finisce col fingere anche con se stessi, e lì sboccia e fiorisce il conflitto interiore. In allegato: ansia, panico, eccetera.

Cosi, alla soglia dei sessant’anni ho fatto inversione di rotta. Da qualche tempo il mio lavoro è quello della ghostwriter (amo questo termine: nutro un’immensa passione per la scrittura e i fantasmi mi hanno sempre intrigata, anche se fatico a crederci).

È un lavoro che non cozza con la mia personalità originaria: timida, un po' defilata, parecchio solitaria, facile all'imbarazzo; scrivere e non metterci nome e cognome è una sorta di comfort zone… quella che agli esordi mi sono imposta di evitare proprio per superare quei marcatori caratteriali che chiamavo difetti.

Sono una freelance, altro termine che mi delizia perché sa di libertà, anche se implica fare i salti mortali per arrivare a fine mese (spesso anche all'inizio). E tempi brevi: non ho mai tollerato impegni lavorativi a lungo termine (peggio, ancora a tempo indeterminato): massimo sei o otto mesi, altrimenti ogni giorno inizia con un attacco di panico... mi sento in trappola, e non conosco sensazione peggiore.

Accorpando i due fattori, e aggiungendo che non ho mai avuto brama di ricchezza (altrimenti avrei fatto altro), direi che finalmente vivo bene il mio lavoro, anche se sono d'accordo con Pavese: "Lavorare stanca" e, aggiungerei, porta via tempo ad altre attività che ritengo importanti.

Comunque, talvolta mi capita di scrivere l'autobiografia di qualche personaggio, più o meno noto. Qui, la parte più divertente è cercare di capire come l'interessato metterebbe su carta la sua storia, il suo linguaggio, lo stile, il carattere... la sua sensibilità, ecco.

Così, mi rendo conto che i primi incontri sono un po' destabilizzanti per il mio interlocutore: non m'interessa la sua biografia, lo porto a parlare d'altro impegnandomi

 1. nel non cedere ai cali d'attenzione, che sono la mia debolezza (capitano; non sempre, ma capitano);

2. nel notare le espressioni, microespressioni, del viso davanti ad alcune mie affermazioni;

3. nel non giudicare se avverto una punta di antipatia o falsità;

4. nel presentarmi in jeans, maglione e stivalacci davanti a personaggi importanti, eleganti, che, come prima cosa notano il mio look. Fino ad ora nessuno ha rifiutato di lavorare con me, e io penso – magari sbaglio – che se gli è chiaro che sono lì per la mia professionalità e non per rendermi gradevole allo sguardo, forse forse si possono fidare delle mia capacità di scavare nel profondo, di non fermarmi sulla superficie della loro personalità.

Infine, una volta a casa davanti al computer, mi avvalgo di quel lieve disturbo dissociativo dell'identità (che per gli psichiatri non è una cosa buona, ma nel lavoro mi torna assai utile) e gioco a essere un'altra persona. Mi riesce bene, mi diverte. 

Lì sono io, anche se scrivo (e penso) come un’altra persona, perlopiù di sesso maschile; e c’è poco da fare, uomini e donne pensano… cambia proprio il lessico, e nell’uomo è più marcata la paura di fare “brutta figura”; quindi la bugia, la manipolazione dei fatti, è più frequente (se lo desiderano, le concedo spazio, ma non manco di segnalare le incongruenze; se poi insistono su quella versione, chi sono io per ostacolare il loro desiderio?).

Certo, non scriverei la mia autobiografia; essenzialmente perché raccontare senza filtri può ferire terze persone, e non è mai piacevole; poi, per quanto alcuni confutino la mia convinzione, la mia vita non è stata così interessante o, almeno, la conosco già, quindi mi annoia parecchio.

Nascono anche delle belle amicizie, le telefonate per raccontarmi di aver sognato eventi passati, le confidenze, gli inviti periodici a prenderci un caffè (che non bevo) o a ricevimenti, compleanni, presentazioni del libro. 

Il mio cliente più “importante” (e quello a cui sono più affezionata, nonostante l’inizio del lavoro sia stato assai difficoltoso, praticamente scena muta per un paio d'ore), mi ha conferito il premio più importante – meglio di uno Strega e persino del Pulitzer – confidandomi che gli ho sbloccato traumi resistenti a qualsiasi psicoterapia. Mi ha commossa, lo ammetto; così come mi hanno turbata, ai tempi, quei traumi tanto simili ai miei; così, ho anche imparato che persone molto ricche e affermate possono portarsi sul groppone un vissuto pesante come quello di altri comuni, e indigenti, mortali.

Niente palcoscenico, nessuna firma su un libro, ma finalmente sento di aver trovato la strada che mi fa stare bene: nessuna esibizione, tanta passione. L’ansia è calata: c’è, ma le concedo molto meno spazio, e questo basta.

Le scarpette, sulle quali faticavo a trovare il baricentro, mi hanno dato una notevole stabilità emotiva, così come ottime indicazioni anche in altri campi; l’amore, ad esempio. Ma questa è vita privata e, come detto, non sono incline a scrivere la mia autobiografia.

Se me lo permettete, vi do un consiglio: 

cercate le vostre scarpette, lì ci siete voi.

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