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Zuzù.

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     Non ho mai scritto un elogio funebre per una persona, e prevedo che mai lo farò. Ho scritto il mio necrologio, che all’epoca allarmò qualche amico, ma è una cosa del tutto diversa. Tuttavia, ora mi scappa qualche riga sulla compagna d’avventure che mi è stata accanto, per più di vent’anni.  Sabato se ne andata Zuzù, la Cinquecento azzurra che all’improvviso, e con un una fiammata da affumicare l’intero quartiere, ha concluso la sua ultima corsa.  Per motivi che mi sfuggono, ma sui quali lavorerò con “una brava”, ricordo il nostro primo incontro con una nitidezza che, ammetto, non posso paragonare ad alcun appuntamento con un umano.       Mi avevano dato una dritta: un’auto usata a prezzo ridicolo e in buono stato. Quando arrivai alla concessionaria, dalla vetrina ne vidi due: una nera e l’altra azzurra. Adoro il colore nero mentre l’azzurro mi dice poco, ma pregai che fosse la seconda. Ricordo che entrai incrociando le dita e preparandom...

Breve storia di insensata contentezza.

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  Non è accaduto alcunché di così significativo. Niente da segnalare, eppure. Eppure da qualche tempo sono contenta: canticchio, se il corpo duole diventa l’occasione per fare cose nuove meno faticose, fischietto parecchio, spargo sorrisi a random (e sono sinceri, non partono dalla bocca), passeggio (canticchiando e fischiettando) e mi godo panorami forse insignificanti, sto ricominciando a dormire, mi disinteresso senza sforzo a chi non merita più il mio interesse, mi inalbero poco e solo per giuste cause, fumo meno, rido di più, sento di voler bene a una folla di gente perlopiù sconosciuta… nessuna ansia,   momenti di autentica e insensata gioia. È meraviglioso! Pure troppo. È così strano, almeno per una depressa a lunga percorrenza. Ecco, se sei fatta “storta”, se la mente ce l’hai un po’ sghemba, dopo un mesetto o due finisci persino col preoccuparti e cerchi sul web se la felicità può essere il sintomo di una grave malattia. In effetti, può esserlo, così dice il...

Breve storia del corpo umano (una guida per gli occupanti) di Bill Bryson

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  Questo libro mi ha seguita per ogni dove. È stato nel mio zaino per tre anni, ovunque andassi lui veniva con me. Mi ha aiutata, talvolta permettendomi di arrivare non del tutto impreparata ad appuntamenti di lavoro, mi ha fatto sorridere in momenti poco piacevoli, è stato una compagnia nei tempi di code e permanenza in sale d’attesa, mi ha distratta da qualche ansia e non è poco. Forse per questi motivi ho sempre evitato di leggerne l’ultimo capitolo. O forse perché parla della morte, e per quanto l’argomento sembri non turbarmi un granché, sotto sotto si tergiversa. Ci è voluto il mal di schiena, e la conseguente necessità di alleggerire il carico quotidiano durante le uscite, per convincermi a sfrattarlo dalla sua dimora mobile. L’ho trovato macchiato dal thè del thermos a tenuta controversa, dalla mina dei lapis, dalle mie impronte digitali poco linde, e tra le pagine c’erano foglietti con appunti, briciole di tabacco e zucchero dei Pavesini; ma finalmente ho terminato la ...

Portare a spasso il cane: benefici ed effetti indesiderati.

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       Almeno l’80% dei medici che consultai all’epoca dell’agorafobia totale, mi consigliarono di prendere un cane. Ne avevo già avuti due in passato e la loro perdita fu talmente dolorosa che decisi di rinunciare all’idea per sempre (poi scoprii che la morte di un gatto o di un topo provocano un identico dolore). Portare o, come nel mio caso, farsi portare a spasso dal cane, fa bene. Posso persino spingermi a dire che mi ha aiutata molto a uscire nei momenti in cui mi pareva di non farcela nemmeno trainata da due buoi. Inoltre, dato che i proprietari di cani sono esseri molto sociali e attaccano discorso con una facilità straordinaria, anche la resistenza al contatto con i miei simili ha iniziato a vacillare.  L’andatura di Budino è quella del fitwalking, indi ottimale per la salute cardiocircolatoria. Quindi, bene! Tuttavia, qualche problema c’è. Ad esempio, non ho ancora ben capito dove sia consentita la minzione canina. Contro i muri sarebbe vieta...

L’imprevedibilità dell’ansia.

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  Ho un pessimo rapporto con il caldo, che però intrattiene una relazione amorosa con la mia ansia: la stuzzica, si rincorrono e lei fa la coda di pavone occupando tutta la mente. Non mi piace arrivare in ritardo a un appuntamento, quindi finisco sempre d’essere in anticipo di mezzora buona.  Così, vado in una delle piazze che amo di più, mi siedo su un gradino ombreggiato da una testa di leone e ascolto musica buona; lì c’è sempre musica dal vivo, è la piazza del Conservatorio. Mentre sono qui rifletto sull’oscura forza generatrice dell’ansia e ne parlo un po' con voi. Sono andata al Salone del Libro: domenica pomeriggio, come essere alla stazione di Shinjuku (Tokio) all’ora di punta, gente in stato confusionale trascinata da altra gente in fibrillazione per non perdersi incontri con gli autori, code alle casse che si fa prima a rubare il libro e spiegare il fatto in questura, rumore (tanto rumore), luci abbaglianti e caldo tipo sauna. Niente ansia, nemmeno un bricio...

Sognando il silenzio in quartiere rumoroso.

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  Ed ecco che, come sempre nei giorni di festa, in quartiere si anima. Non è quel brusio felice di chi si gode i momenti di libertà dal lavoro né di chi finalmente può trascorrere tempo con la famiglia. No, il mio quartiere è differente. In nottata, in strada, c’è una rissa, suono di pugni, d’odio e di corpi che sbattono contro la serranda di un negozio; tutto in una lingua per me incomprensibile, ma universale nella fonologia della rabbia. Così mi alzo, accendo il computer, metto le cuffie e scrivo o guardo un vecchio film. A Pasqua trovai “ L'uomo dal braccio d'oro ”, una pellicola del 1955, con la regia di Otto Preminger e con un Frank Sinatra giovanissimo e strepitoso (se non l’avete mai visto, ve lo consiglio con tutto il cuore). Penserete che quando c’è una brutta rissa, dalla durata decisamente superiore a qualche minuto, si dovrebbe chiamare la Polizia… no, al massimo, quando torna il silenzio, ci si affaccia un attimo per vedere se qualcuno è rimasto a terra...

Panico da autosuggestione in notte temporalesca.

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       Stavo guardando l'ennesima replica di Fringe, un episodio un po' ansiogeno, tendente all’ agghiacciante: roba di esseri mutaforma che uccidono gli umani, poi gli trafiggono il palato con un aggeggio a tre punte per rubargli l’aspetto fisico e, mentre ci sono, anche i ricordi. Nulla che non possa sopportare (ho visto tutti i 218 episodi, più i due film, di X-Files; non sono una principiante), ma avverto una puntina di paura. Però, sul divano, con la tisana e le gatte su pancia e gambe, la paura si sgonfia; resta giusto un po’ d’apprensione.  Se non fosse che è iniziato l’ormai usuale temporale. Mi piacciono i temporali, sono rilassanti e conciliano il sonno, tranne quando i tuoni fanno presumere che le saette stiano puntando al tetto sotto al quale abito. Fringe, gente che infilza i palati, temporale con pioggia tipo uragano, rombi di tuono da far tremare i vetri e io, con la pessima predisposizione alla solitudine. Va via la luce: ok, sono al buio...