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Oggi, un romanzo che mi è piaciuto molto.

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  In un mare di conchiglie vuote, seppur esteticamente gradevoli, a volte capita di trovare una perla. Mentre mi concedo una pausa leggendo un libro “grazioso”, ripenso a un romanzo ricevuto in regalo qualche mese fa e iniziato senza troppo entusiasmo (mi accade d’essere superficiale nell’approccio con autori a me sconosciuti). Mi è arrivato da un'amica che, se ben ricordo, l'ha letto dopo averlo trovato in una piccola libreria "per botta di fortuna" (così mi ha scritto). Ne rimase talmente colpita che si prodigò a rintracciarne una copia anche per me, e non le fu facile. Il testo in questione s'intitola "Il vecchio figlio" ed è scritto da Luciano Allamprese, editore Atlantide. Lessico e ritmo perfetti, trama avvincente (seppur costruita su una storia famigliare semplice, senza fronzoli né eclatanti colpi di scena), un’eleganza stilistica rara; si intuisce la profonda cultura dell'autore che, tuttavia, evita di snocciolarla con la palese presunzione ...

La piccola follia quotidiana

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  Av ete presente quel pizzico di schizofrenia che talvolta fa capolino nella nostra mente? Avanti, ditemi di sì, cosa vi costa? Sto parlando di quel fenomeno che ci fa apparire diversi anche a noi stessi, facendoci ribaltare da fermi. È come se qualcuno, inaspettatamente e senza apparente motivo, spostasse tutto il peso su un solo lato del nostro equilibrio (scrivo "nostro" anche se vi percepisco dubbiosi).  Non è piacevole, ma ho scoperto che la sgradevolezza deriva dal fare resistenza.  Così, quando la piccola follia (o grande, dipende dal terapeuta interpellato) si affaccia, quando mi sento risucchiare in quel mondo che francamente fa una gran paura, smetto di meditare su eventuali strategie (tanto, l’ho imparato, mi do dei pessimi consigli). Resto lì rovesciata e osservo l’ambiente circostante da quella prospettiva, cercando di individuare cosa lo renda così interessante; annoto e rileggo appena mi rimetto in piedi, stabile sulle zampe. C’è molto da imparare dalle no...

Sincerità? E' roba per pochi.

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     Non sono una persona particolarmente sincera, e non me ne dolgo. Spesso sento dire, o leggo, frasi del tipo "dico sempre la verità!", dove il punto esclamativo quasi rimbomba. Ammetto che sarei tentata di chiedere agli autori (o autrici, che sono più frequenti), se conducono una vita solitaria come tenie; perché questo fa la sincerità nuda e cruda, senza filtri: allontana gli altri. Essere sinceramente sinceri... l'avverbio è lì non solo per baloccarmi coi vocaboli, piuttosto per via della falsa sincerità che dilaga; è un ossimoro, lo so, ma noi umani siamo parecchio contraddittori, fateci caso. Credo che la sincerità vada meritata, come qualsiasi altra cosa. Inoltre, so che non tutti la sopportano e rischiano di cadere in spiacevoli equivoci, come pensare che una brutta verità sia falsa, frutto d'astio o d'invidia. Ecco perché la uso poco ( la motivazione più rilevante la tengo per la fine, anche se ho spoilerato all'inizio) : da un lato non mi piace fer...

E oggi si prova un cinema.

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Fobia sociale? Forse non più, però... Sala ancora vuota. Sono in sala cinema/teatro. Tutto esaurito. Ovviamente ho scelto una poltrona vicina all'uscita, il lato destro è libero: un'ottima via di fuga (a queste cose sto sempre attenta). Da molto tempo non andavo al cinema, benché mi fosse sempre piaciuto, e anche oggi mi sono decisa senza starci a pensare, altrimenti me ne sarei rimasta a casa. Mentre noto che tutta questa gente non mi da alcun fastidio, evito accuratamente di analizzare il fenomeno inusuale (meglio non sapere, meglio non indagare, perché la ricerca della verità è ansiogena).  Ma poi, dietro di me, due signore iniziano a chiacchierare. La conferenza seguita dal film non è ancora iniziata, quindi non ho modo di sfuggire alle voci che sento appartenere a donne decise, che delle questioni del mondo hanno capito tutto, e un po' si sentono frustrate dalla stupidità dilagante. Conosco quel tipo di persona e di norma non la sopporto, a meno di non trovarmi in una ...

Oggi libri: "La mia vita" di Agatha Christie

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  Chi non vorrebbe conoscere i propri miti, la loro vita, cosa fanno o non fanno, gli intimi pensieri? Io, lo ammetto. Ci sto riflettendo mentre affronto le ultime pagine dell'autobiografia di Agatha Christie , non a caso iniziata a leggere dopo aver spuntato l'intera sua bibliografia. Diciamo pure che le biografie poco mi appassionano, ma a volte amo talmente tanto un autore (o qualsiasi altro personaggio) che è forte la tentazione di sapere cosa ha fatto nel corso della propria esistenza o cosa pensa del suo lavoro, del mondo e di tutto quanto. Tuttavia, ricordo che dopo l'autobiografia di Simenon decisi che sarebbe stato meglio non sapere per non perdere il piacere della lettura di opere interessanti (lui mi apparì fortemente indigesto, egoista e un tantino urtante), quindi smisi di leggere i suoi romanzi, seppur mi piacessero molto. Con la Christie sono semplicemente rimasta delusa, ma non è colpa sua. Ha vissuto una vita molto avventurosa, ha affrontato viaggi in solit...

L'anno del treno che non poteva arrivare.

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  Sto pensando all’anno che sta terminando. Sto pensando che è stato un anno talmente strano e complicato, pervaso da fatti più emozionali che materiali, da non riuscire a narrarlo. Sul serio, non saprei da che parte iniziare. Tuttavia, potrei riassumerlo attraverso un ricordo, disgiunto dai fatti ma equivalente nelle sensazioni. E allora parto con la narrazione (lunga, temo; nel caso vi fermate qui, vi faccio gli auguri per un buon 2023, e siamo a posto per un anno intero). L’episodio a cui mi riferisco risale a un bel po’ di anni fa. Immaginate una Londra ancora libera, anche se non per molto, da grattacieli a specchio o vagamente fallici… ci siamo? Bene! Un mattino mi recai in un quartiere talmente periferico che forse avevo varcato qualche invisibile confine, pur continuando a pagare con le sterline. Non c’era nulla da vedere: palazzoni, strade a tratti sprovviste di targhe che ne indicassero il nome, pochi negozi e molti venditori di strada (di quelli che espongono la ...

Provare a stare bene è un duro lavoro.

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       L'osservazione dei progressi fatti non offre grandi soddisfazioni, almeno così è per me. Sarà che sono diventata un po' severa: a volte mi premio, ma accade sempre più raramente; altre volte prendo atto di un'azione che sono riuscita a compiere mentre penso ad aumentare il grado di difficoltà. All'inizio di questo programma (del tutto personale, inutile entrare in dettagli che probabilmente non vi sarebbero di alcuna utilità) privilegiavo la prima opzione, quella del regalo e dei "festeggiamenti"; ora no. E' che, a mio parere assai opinabile, tentare di uscire da un disturbo parecchio invalidante richiede allenamento, ma soprattutto educazione mentale... che non significa non dire parolacce tra sé e sé. Una bravissima psicoterapeuta, un giorno mi disse che dovevo sforzarmi di pensare alla mia mente come a un muscolo che, per restare tonico, necessita di costante esercizio. Tutto ciò è per dire che oggi ho provato l'esposizione a una situazione ...